a cura di 
VANESSA QUINTO Webeditor Tg1 e giornalista freelance

 

Siamo con Martux, allora come cos’è “Imagine” e come nasce?

Nasce da una serata in cui abbiamo visto un filmato, mi pare fosse su RaiTre, sugli sbarchi in Sicilia. Vedere quelle immagini angoscianti di persone in grande, estrema difficoltà, mi ha messo in uno stato di angoscia, di sofferenza. A quel punto, quasi per caso, avevo una partitura di Imagine sul pianoforte, ho riletto il testo ed ho pensato di decomporlo e pensare per ogni frase di quel testo un brano su quel tipo di mood.

Il sound che ne hai tratto è davvero originale, così come la contaminazione tra jazz ed elettronica che in Italia non è poi così diffusa.

Sì, in parte. Sono molto contento di aver incontrato questi musicisti con i quali condivido questo tipo di estetica anche se devo riconoscere che qui da noi è ancora un pò pionieristica ma devo anche dire che comunque sia i concerti che l’album stanno andando molto bene. Siamo molto contenti.

 

Fabrizio, come nasce la collaborazione con questo progetto?

Quando ho conosciuto Martux,  lui aveva già lavorato con Francesco Bearzatti in occasione del primo disco (About A Silent Way). Il progetto è stato  fortemente voluto dall’Auditorium Parco della Musica di Roma, ha coordinato tutto Martux:  infatti sono bastate due session di improvvisazione e praticamente è nato il disco.

Tu sei anche direttore di un festival (Piossasco Jazz Festival).  Cosa pensi della nascita e della diffusione di tutti questi festival?

Penso che sia assolutamente positivo. Anche se, devo riconoscere, non è facile. Tanti ne nascono e tanti ne muoiono perchè con la crisi i primi tagli vanno sempre alla cultura. Anche il mio festival si sostiene con sponsor privati e ogni anno è una scommessa. Siamo arrivati alla 5° edizione, però è veramente molto dura.

Hai fatto tantissime collaborazioni con artisti che vengono da culture musicali differenti rispetto alla tua. Come giudichi la contaminazione dei linguaggi musicali?

Penso che siano indispensabili. Io sono un jazzista ma amo essere definito musicista perché ascolto, e amo,  musica di qualsiasi genere: sono appassionato di musica brasiliana, del pop di tante cose, di tutta la musica con cui sono cresciuto e che mi porto appresso come un bagaglio irrinunciabile.

Qual’è invece il tuo rapporto con il jazz tradizionale?

E’ fortissimo. Nei miei concerti c’è sempre un brano che va a ripescare un pezzo del passato perchè il mio legame con la tradizione è comunque molto forte e poi perché per suonare bene il jazz bisogna conoscer bene anche la tradizione.

Come è nata la collaborazione a questo progetto?

Guarda la collaborazione con Martux è nata credo nel 2008, con il progetto per Miles, un disco che è uscito per MusicaJazz ed anche per un’etichetta inglese, poi da quella volta abbiamo continuato a collaborare, abbiamo fatto Imagine, il disco che suoneremo stasera, abbiamo un altro lavoro in cantiere, di cui però non posso parlare, che uscirà il prossimo anno.

Vista la tua esperienza europea, e tenendo conto dei riconoscimenti che hai ricevuto, qual’è, se puoi farlo,  il paragone tra la scena jazz europea e la situazione del jazz in italia, oggi?

Non penso di poter fare dei paragoni con tutta l’europa, anche se la giro spesso, posso dire che in Francia, il paese dove abito, ci sono a disposizione più fondi per la cultura e quindi gli artisti trovano più facilmente i mezzi per realizzare i propri progetti…

Quindi ci credono di più, investono…

Sì, diciamo che gli artisti sono più coccolati e quindi  i progetti sono più pensati, non che in italia non siano pensati, però gli artisti ricevono più attenzioni infatti vengono sempre ben accolti non solo nelle grandi città ma anche nelle città di provincia dove i teatri hanno un pubblico di grandissimo livello.

 

 

How did this experience start for you?

Just from one call: “Paul, do you want to play tonight with me?” And I said to them: “Yes, I’m very happy!” That it’s all.

Well, what do you think about this kind of project?

I’m here tonight…

I mean:  what do you think about electric jazz ?

Some people say that this is the future of the jazz, some other say that this is the end of the jazz. But I think that if jazz is not dead,  it is thanks to the electricity

Electric jazz seems to be more famous in France that in Italy

It’s not really true. We have famous musicians in France and they are italians, too. I know a lot of  italian musicians. Twenty years ago I discovered Stefano Di Battista, Flavio Boltro… All those guys are very famous in France. I’m very proud to play with such as very good italian musicians tonight in Italy.